All’angolo tra Corso Garibaldi e via Farini sorge un antico palazzo, del tardo 1300, ricostruito ed ampliato nel 1431 dai Panciroli, mercanti poi vocatisi alle professioni liberali e famiglia tra le più illustri ed attive di tutto il panorama cittadino. Provenivano da S. Polo. Una lapide ricorda che vi nacque, nel ‘500, il famoso Guido Panciroli, giureconsulto e professore ma un’altra riporta che vi soggiornò Napoleone I nel 1805, il 26 giugno; e poi ancora il viceré Eugenio Beauharuais, tre anni dopo; e Gioacchino Murat, re di Napoli, nel 1814 e che vi rimase due mesi.  I Trivelli, casata d’origine svizzera giunta a Reggio dalla Lombardia, si applicarono con grande profitto nella attività del commercio delle sete, possedettero il palazzo e abbracciarono in modo incondizionato la fede rivoluzionaria personificata da Napoleone il cui declino, almeno per il ramo proprietario del palazzo, coincise con la caduta dell’imperatore. Luigi Monzani, patriota risorgimentale non originario della città ma di Castelnovo ne’ Monti, si guadagnò il blasone nobiliare col suo attivismo politico dedicato al perseguimento della unità d’Italia. Il cancello in ferro dell’atrio d’ingresso porta ancora oggi l’ elaborato stemma in bronzo dei Monzani. La famiglia Manenti è l’attuale proprietaria: Giovanni, avvocato, era originario di Busana. E’ singolare l’avvicendamento proprietario del palazzo sempre in possesso di famiglie estremamente importanti ma mai originarie della città. Segnaliamo i restauri importanti del 1544, voluti da Alberto Panciroli ma condotti da un professionista che ci è sconosciuto. La forma gentile è quella del palazzo rinascimentale ri-fondato su una forte assialità che domina l’impianto planimetrico e la composizione della facciata principale. Aveva un cortile interno perimetrato da portico, alla maniera delle belle architetture coeve. La costruzione era parte di quella attuale perché non aveva l’addizione occidentale, di fatto il palazzo è stato ampliato acquisendo un lotto gotico, su corso Garibaldi, al suo fianco. I monocromi delle beatitudini, agli angoli del cortile, sono del 1600 e forse commissionate da Ottavio Panciroli. Ne rimangono quattro di otto perché alcune furono tamponate durante i lavori di ampliamento. L’arrivo ed il soggiorno a palazzo di Napoleone, nel 1796 e l’ 8 gennaio 1797, imposero lavori di modifica che sono riferibili a Domenico Marchelli, ingegnere e professore, il quale fece allestire una macchina architettonica effimera proprio di fronte al palazzo, nello slargo su corso Garibaldi e prospiciente la facciata del Trivelli-Panciroli. Una ricostruzione attendibile, relativa alla posizione esatta della macchina e allo svilupparsi della scenografia monumentale approntata per l’ arrivo del Bonaparte, è frutto del lavoro approfondito che l’architetto Franca Manenti Valli ha reso nel tomo Il palazzo dell’imperatore. Cinque secoli di sapere costruttivo e arte figurativa nella dimora Manenti a Reggio Emilia. Negli anni  ’30, la Pietà Mariana venne posta sullo scalone d’onore al piano nobile: olio su tela di autore sconosciuto a la vergine con he raffigura la Vergine con Bambino; cinquanta anni dopo, a seguito di una serie di lavori edilizi, tornavano alla luce le quattro Beatitudini non soppresse durante l’ampliamento del palazzo. Rimangono quelle Degli afflitti, dei giusti, dei puri di cuore, dei misericordiosi. Vercellesi, allievo dello Spada in Basilica della Ghiara, potrebbe averle dipinte con la tecnica della monocromia in ocra che probabilmente aveva appreso dal suo maestro. Il palazzo ha una facciata imponente ed austera con un doppio ordine di finestre sormontate da un piano attico ad aperture basse e rettangolari; il corpo occidentale aggiunto è più alto di un livello ed ha un accesso proprio. L’immagine complessiva è quella della edizione tardo-settecentesca voluta dai Trivelli. L’ingresso principale monumentale si apre sul corso con un severo portone che è inquadrato da due alti e massici pilastri bugnati e su cui monta il balcone. Una lettura dei documenti e dei parametri stilistici e compositivi ci porta a dire che il balcone sia stato aggiunto in facciata: è compresso sulla chiave di volta dell’arco, c’è poco respiro tra i due, le mensole sono eccessivamente basse per la mole dell’aggetto; inoltre i fusti delle colonnette sono identici a quelli della loggia che esiste tra il palazzo antico e la porzione aggiunta successivamente. Se ne deduce che il balcone sia coevo ai lavori di ampliamento del XVIII secolo. Doppi ingressi secondari si trovano sulla via Farini. Tutte le finestre del piano terra sono protette da robuste inferriate mentre quelle superiori ne sono prive. L’aspetto generale è ordinato e composto, elegante ai limiti della severità formale. E’ degna di nota la sequenza di mensole, sotto il cornicione, che movimenta le facciate dando loro un tocco di personalità. Il cortile principale mantiene l’impostazione spaziale cinquecentesca animata da assi visivi sui quattro lati e da prospettive. Il secondo cortile appartiene al corpo d’addizione è più piccolo e serviva a far arrivare le carrozze dentro il palazzo, si trova ad una quota inferiore rispetto al primo però il progettista ha risolto il problema della continuità con una rampa di collegamento che passa tra due eleganti serliane trabeate. Le colonne e i pilastri sono una mediazione delle proporzioni suggerite da Vignola e delle tipologie dorica e tuscanica. Agli angoli del cortile sono disposte quattro piccole statue dedicate alle stagioni che sono cariche di simbologie legate al ciclo del tempo, tre sono quelle femminili una è quella maschile e sembrano rimandare alle rappresentazioni nelle Metamorfosi di Publio Ovidio Nasone. Sono in marmo bianco di Carrara di buona qualità. Nel cortile d’onore, sui muri del porticato sono presenti una serie di notevoli capitoli di architettura effimera a cui si aggiunge quella presente sul muro del cortile di servizio.    Parliamo di otto campi affrescati a o prospettive illusionistiche. Due piccoli portalini fiancheggiano l’accesso principale; due sfondati prospettici a colonne fronteggiano la scala d’onore perché chi la discende abbia una visione prolungata, ma effimera, come se il porticato continuasse. Una prospettiva centrale si staglia solitaria al centro del muro del cortile principale e si apre alla visuale di chi sale la rampa delle carrozze, artificio studiato apposta perché chi sale non abbia a trovarsi di fronte la crudezza di un nudo muro ma sia accolto dal respiro di altri ambienti, non reali ma comunque invitanti. Tre inquadrature prospettiche sono a nord: due sotto il portico, ai lati del passaggio che immette al cortile secondario; la terza è distante dalle prime due perché è sul muro di fondo della piccola corte di servizio. In sostanza, si tratta di un trittico effimero che è frutto di una concezione unitaria. Nel libro della Manenti Valli esiste la restituzione delle prospettive ma, degna di nota, è la ricostruzione del complesso prospettico fatto da una galleria centrale voltata e decorata a cassettoni e due montate laterali costituite da gradini che sbarcano in superbi androni classicheggianti. Un grande orologio solare del 1826, realizzato da Lorenzo Ferrari, si trova sulla parete a sud del cortile d’onore, in sommità. Il quadrante ha una misura pari a 3 x 3,60 metri. Lo gnomone, nella mezzeria, e il suo supporto sono in foglia d’ro: l’orologio fornisce l’ora locale ed è affidabile sull’ordine di un paio di minuti al massimo. Il Ferrari tre anni più tardi realizzò un altro esemplare nel palazzo del Governatore di Parma. La scala monumentale a doppia coppia di rampe parallele fu modificata e passò da un alveo quadrato ad uno sviluppo rettangolare dentro un vano a tutta altezza che si conclude in una galleria balaustrata, affacciata sul vuoto centrale. Si tratta davvero di una bella scenografia. I colori sono gradevoli e stonalizzati così che l’apparato architettonico e degli elementi decorativi siano valorizzati nel loro garbo e nella loro ricercatezza. Al piano nobile ci sono una serie di stanze  affrescate: un salottino a grottesche, una sala angolare Delle Muse, un’altra opposta Della Musica, una sala dei paesaggi e la Stanza Paese. La prima sala dipinta dal Minghetti è all’angolo tra la via Farini d il corso, è molto luminosa  ed aperta sulla città: impostata con cornici a soffitto di andatura curvilinea, si tratta di ovali agli angoli e in centro e di lunette negli assi, presenta Erato, Euterpe, Calliope e Clio, dipinte a colori intensi ma ben mescolati.  La decorazione generale del soffitto è sobria, a chiaroscuro e l’ovale di centro è quello degli amorini mentre le lunette hanno belle ed aggraziate figure femminili in chiaroscuro tra girali e cornici. Una sala sembra attribuibile ad Alfonso Chierici visti i bozzetti conservati ai Musei Civici cui fa riferimento il Pirondini. Si potrebbe indicare pertanto il palazzo come luogo privilegiato in città per poter ripercorrere l’evoluzione della pittura decorativa a Reggio Emilia. La sala Dei Paesaggi che è stretta e lunga e riceve una buona fonte di luce naturale ha cicli pittorici che rimandano al Minghetti ma manca la qualità della mano pertanto è più facile pensare che sia un allievo di sua scuola ad essersene fatto carico. Le numerose Baccanti sono state dipinte sui battenti delle porte del palazzo e costituiscono un corpus mitologico-allegorico eccezionale per la storia della pittura del Minghetti perché sono numerose e perché il maestro si sgancia dalla imitazione favorendo il proprio contributo creativo. La Stanza Paese, nella ala settentrionale del palazzo, non ha una posizione felice dal punto di vista della esposizione, ha un solo lato aperto verso l’sterno e la luce ma l’artificio è consistito nel farla divenire un gazebo, un padiglione da esterni. Vegetali, architetture, scorci di marine sono dipinti come in lontananza, dietro una balaustra marmorea che regge eleganti corrimani a girali metallici intervallati da pilastrini bassi in marmo rosa da cui si stagliano snelle colonnine tortili, di un bel blu cobalto concluse da capitelli corinzi. Il pittore non lesina in dettagli ed elementi d’arricchimento e di fasto. Ogni angolo della sala è arricchito da edicole su cui appoggiano vasi a imitazione delle porcellane finissime di Sèvres che contengono composizioni lussureggianti di fiori. Fruttiere stracolme appaiono sui sovraporte dei passaggi. L’elemento centrale del soffitto è un trionfo di petali e tralci di fiori che si intrecciano in una trama ricca ma regolare e si incontrano nel rosone centrale, un grande fiore aperto dettagliatamente reso e forte di tagli chiaroscurali; all’esterno, una serie di riquadri pentagonali porta figure di animali alternate a frutti. Secondo fonti qualificate di storici dell’arte la stanza o quantomeno le pareti sono da considerarsi opera di Vincenzo Carnevali che è lecito supporre si sia avvalso di spunti compositivi prestati dall’amico Minghetti. Il camerino Pompeiano è un altro capitolo da segnalare seppure questa stanza piccola e quadrata  non esista più perché le ristrutturazione novecentesche la hanno eliminato ma una vecchia fotografia gli rende giustizia e parte del corredo pittorico sia stato rimontato su alcune pareti interne alla attuale residenza. Sarebbe necessario un minimo intervento di ripulitura dei prospetti esterni ma nel complesso il palazzo è ben tenuto. Ospita alcuni uffici e lo studio dell’architetto Manenti Valli insieme a parti deputate ad abitazione.

(scheda a cura dell'arch. Rosaria Petrongari, dicembre 2011)

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