La Basilica della Pieve, dedicata a S. Pietro, è la più antica delle chiese guastallesi. Ricordata sin dall'anno 864 in un diploma di donazione di Ludovico II a favore della moglie Angilberga; ma è probabile che risalga ai tempi della dominazione longobardica, cioè al secolo VIII. Fu dedicata all'apostolo S. Pietro. Rovinata da saccheggi e devastazioni guerresche, fu ricostruita verso il 915 per ordine di Berengario I re d'Italia. Dipendente dapprima dal monastero di S. Sisto di Piacenza, poi dall'Arcivescovo di Milano, e infine dall'Ordinario di Reggio fu assoggettata alla Santa Sede. Nel 980 compare citata la Plebs Vardestalla(1). Nel periodo in cui Guastalla era feudo di Matilde di Canossa -nel 1095-si tenne nela Pieve un importante sinodo preparatorio ai concili di Piacenza e di Clermont da cui fu bandita la prima crociata- era presente anche il pontefice Urbano II. Nel 1106 papa Pasquale II vi tenne un Concilio Generale dove si discusse la questione delle investiture e si tolsero le chiese dell'Emilia dalla soggezione dell'Arcivescovo di Ravenna. Il terremoto del 1222 danneggiò gravemente l'edificio che venne quasi per intero rifatto in stile romanico-lombardo. Nel 1471 la pieve ottenne da Sisto IV il privilegio di nullus diocesis. Con l'incendio del 1557 rovinarono la torre e il soffitto in legno che, rinnovato, fu più tardi nascosto da una bassa volta. Le sovrastrutture ("restauri") dei secoli XVII e XVIII mascherarono quanto restava d'antico e dettero all'interno un aspetto barocco camuffato negli anni 1846-47 da forme neoclassiche, mentre la facciata fu del tutto alterata(2). Gli interventi del 1605 hanno evidenziato antichi affreschi e un gruppo in terracotta della fine del '400 attribuito a Guido Mazzoni. Negli anni 1926 e 1930 sono intrapresi infine, sotto la direzione di Mons. Prof. Raffaele Baratti, discutibili lavori di restauro alla Pieve nella pretesa di riportare l'edificio agli antichi splendori-secondo il Mussini solo la parte inferiore dell'abside centrale, con un mattone datato 1115, può essere ritenuta originale(3). La facciata è di stile romanico-lombardo, divisa da lesene speronati con la parte centrale rialzata rispetto alle navate laterali materiale. Il portale maggiore è preceduto da un protiro. Tutta la chiesa, la cui struttura è in cotto, è decorata con archetti pensili così come le absidi. L'interno è caratterizzato da una lineare semplicità: costruito con mattoni a vista, soffitto in legno a capriate nella navata centrale e volte a crociera nei laterali. Queste ultime hanno larghezza differente e sono suddivise in tre campate da pilastri rettangolari. Le navate confluiscono in tre absidi semicircolari(4).

Al centro della strada del borgo sorge l'oratorio del Santissimo Rosario, eretto nel Borgo della Pieve nel 1588 per ispirazione del domenicano Antonio Sermanante sotto il potere di Ferrante II e consacrato da Francesco Gonzaga, vescovo di Mantova, nel 1604. La chiesa merita menzione per il ricco soffitto in legno a cassettoni intagliato e dorato nel sec. XVII(5). Lungo la strada per S. Giacomo nel tratto compreso entro la via Cavallo sono notabili alcuni casini civili con impianto a corte. Sul lato settentrionale della strada per S. Martino si segnala un villino in stile decò. Sviluppa una pianta quadrangolare su due livelli con luci riquadrate da elaborate cornici.

 La storia della basilica della Pieve (nome con cui è nota a tutti) è parte significativa della storia del territorio e accompagna la vicenda stessa dell’origine di Guastalla in quanto il lembo di terra su cui fu eretta fu probabilmente lo stesso spazio che vide la comparsa del primo nucleo insediativo guastallese. L’edificio fu innalzato sul dosso creato dai frequenti e possenti riporti di detriti che, provenienti dai torrenti appenninici, per millenni consolidarono ed elevarono gradualmente il terreno della zona. In questo lembo di pianura, attorniato da acque morte e paludi, ma anche dal corso del maestoso Po e del Crostolo (entrambi con percorsi ben diversi dagli attuali) i primi abitanti si stabilirono in epoca molto remota lasciando segni inequivocabili della propria presenza almeno a partire dall’epoca romana quando questi uomini erano dediti alla coltivazione di un fertile agro diviso col sistema delle centuriazioni. Tuttavia recenti ritrovamenti collocano in ambito più antico la prima presenza organizzata su queste terre. Al di fuori degli appezzamenti agricoli l’ambiente naturale era rappresentato da boschi ripariali e saliceti allagati con livello idrico variabile. Le campagne più elevate si prestavano quindi alle colture (il terreno proveniente dal riporto fluviale ed alluvionale è ricco di ottimo humus) e l’area certamente utilizzata a tali fini è individuabile lungo l’asse dell’attuale Via Pieve – Via delle Ville, quindi delle zone di Pieve, S. Martino e parte di S. Girolamo, allargandosi a comprendere anche S. Giorgio, Solarolo e parte del territorio di Roncaglio (S. Giacomo). Oltre questi confini era il regno dell’incolto, della boscaglia di basso fusto ed infestante (roveti, macchia impenetrabile) ed immediatamente dopo degli avvallamenti coperti di aree palustri più o meno estese. Certamente la pesca era praticata, così come pure la caccia anche se le condizioni della copertura vegetale non erano ottimali per la riproduzione di abbondante selvaggina di grossa taglia scarseggiando le grandi estensioni boschive con alberi di alto fusto, caratteristiche di aree non vallive e di livello altimetrico superiore. La comunità presente, composta di uomini dediti alla coltivazione della terra, maturò certamente l’esigenza di uno o più luoghi comuni di preghiera dedicati alle divinità allora in auge, tenute in grande considerazione dedicando loro preghiere e riti fino a quando il cristianesimo prese anche qui il sopravvento. E’ questa la più remota origine della chiesa di Pieve: una piccola cappella cristiana nata per essere di valido supporto al nuovo culto diffusosi anche in queste terre. Il Benamati (p.4) ci riporta quanto di sua conoscenza sulla nascita del primitivo tempio: “Fece Berengario fabricare (…) la Chiesa di S.Pietro (hora fuori città) dotandola di buone rendite, per mantenimento di molti Sacerdoti, che poi da Papa Gregorio Quinto fu l’anno 996 consegrata, & inalzata al titolo di Pieve, & accettata sotto l’immediata protettione della Santa Sede, rimanendo con l’edificatione di essa Chiesa, atterrato un antichissimo Oratorio, eretto fino al tempo di S. Andrea Apostolo, come si hà per antica traditione, non essendovene altra notitia...” L’origine antichissima di un primo luogo di culto (in apparenza risalente ai primi decenni dopo Cristo) che sembrerebbe proposta dal Benamati non può trovare alcuna conferma ed è sempre stata oggetto di ben poca considerazione da parte degli storici. Tuttavia ci sentiamo di non respingere a priori indagini che mirino a verificare quanto di vero possa esserci consegnato dalle tradizioni quando non esistono riscontri documentali. In effetti, una più attenta lettura delle righe sopra riportate ci anima ad una riflessione. Può essere che la tradizione cui il Benamati si riferisce riguardasse non tanto il tempo in cui visse l’apostolo Andrea, quindi l’età di Cristo ed anni successivi alla sua morte, ma il periodo in cui il culto di S. Andrea Apostolo, portato in Italia dai bizantini, si diffuse nelle nostre contrade. Si tratta di un momento storico ben circoscrivibile a partire dal V secolo e che trovò il massimo splendore, a Roma come a Ravenna e quindi anche nella pianura padana, tra il VI e il VIII secolo quando, dietro l’impulso di Bisanzio, le chiese innalzate a nome dell’apostolo Andrea si moltiplicarono. In effetti la collocazione in questo lasso di tempo dell’edificazione del primitivo tempio sorto a Pieve diviene estremamente plausibile e la citazione del Benamati troverebbe corrispondenza anche sotto il profilo cronologico. Pare piuttosto ovvio ritenere incomprensibile altrimenti il riferimento proprio a questo apostolo piuttosto che ad altri, vissuti nello stesso identico periodo e che, con riguardo alla propria esistenza temporale confrontata con quella del predetto Andrea, non hanno marcato differenze tali da permettere di individuare un particolare, ben delimitato, periodo storico. Perché non Pietro, Tommaso o Matteo per esempio? Non va neppure dimenticato che, in mancanza di prove che potrebbero emergere dal ritrovamento di reperti archeologici in grado di collocare in un ristretto periodo il sorgere del primo tempio guastallese, esiste comunque un elemento che avvallerebbe le ipotesi sopra tracciate. Si tratta della formella, definita a più voci come paleocristiana e risalente al VI secolo, inserita nell’altare di S. Giorgio ma proveniente dagli scavi della Pieve come documentato dai resoconti dei lavori trascritti da Mons. Baratti. Nei primi anni del secolo VII, durante una campagna militare, i Longobardi sembra attraversassero per la prima volta il fiume Po creando un avamposto da cui Guastalla prese il nome (Wardastalla, scissa nei due termini di matrice longobarda Wart e Stall interpretati come “guardia” il primo e “luogo” il secondo, può avere il significato sia di avamposto, cioè di luogo armato di guardia, sia di “testa di ponte”, cioè luogo estremo di confine militare in terreno ancora da conquistare quale era l’oltrepò). Il centro militare consentì a questo popolo di occupare anche le prospicienti zone a coltivo (o che, abbandonate, potevano tornare tali) ed è probabilmente questa doppia funzione del territorio (postazione militare che consentiva anche l’insediamento civile e quindi un radicamento sociale) che permise a Guastalla di nascere come entità spaziale aggregatrice di uomini. Era l’alba del futuro centro abitato che per i motivi esposti poté crescere differenziandosi dalla moltitudine di avamposti militari longobardi che non si svilupparono e di cui non rimane traccia storica nel territorio padano. E’ probabile (ma non certo, visto che non ci è nota la morfologia del corso del grande fiume in quell’epoca) che la possibilità di guado del fiume in corrispondenza di Guastalla abbia giocato a favore della localizzazione dell’insediamento, tuttavia è pure verosimile che la vicinanza con Brescello abbia richiesto tale dislocazione militare. Era Brescello, infatti, punto assolutamente strategico fin da epoca romana ed i Longobardi stabilirono qui il principale guado del grande fiume. L’esigenza di proteggere tale passaggio obbligato e tutta la cintura attorno coprendosi dal pericolo di incursioni nemiche costituì la molla in grado di far decidere alle milizie occupanti di spingersi fino a Guastalla (ed oltre, a Luzzara) per stabilirvi gli avamposti. La regione certamente fiorì durante il periodo longobardo. Questo popolo di guerrieri aveva l’abitudine di radicare socialmente lasciando alle genti native il lavoro di agricoltori rafforzando nel contempo la piccola proprietà terriera e gli scambi commerciali tra città e aree rurali. Qualche storico ha ipotizzato che, negli anni della venuta dei Longobardi, la cappella di S. Pietro poteva forse essere presente. Quel che è certo è che il primo documento in cui la nostra chiesa è nominata, risale ad un periodo ben successivo. Ci portiamo all’anno 864 quando l’Imperatore Lodovico II dona con atto ufficiale le corti di Guastalla e Luzzara con le cappelle di S. Pietro e S. Giorgio alla moglie Angilberga. Nello stesso anno l’Imperatrice prenderà legalmente possesso dei suoi nuovi beni. Con cerimonia solenne, i delegati dell’Imperatore, radunati sul posto, durante la lettura dell’atto di donazione, fecero toccare a tale Pietro, messo di Angilberga, una colonna della casa costruita nella corte (nel suo edificio più importante) di Guastalla dichiarandone possesso dell’Imperatrice unitamente alla chiesa. Nel 877 Angilberga volle che le rendite ottenute dai suoi beni, tra cui la cappella di S. Pietro, servissero per il sostentamento delle monache del nuovo monastero in costruzione a S. Sisto di Piacenza, dalla stessa fortemente voluto. In pratica Guastalla ed il suo territorio partecipò al consolidamento economico di quella comunità di religiose che per secoli ne segnerà la vita. Nel 890 ad Angilberga ebbe a succedere la figlia Ermengarda ed in questo periodo il tempio sembra fosse riedificato grazie ad un diacono chiamato Everardo cui ne era stato dato il beneficio. Motivi mai chiariti, forse i lavori non portati a compimento, forse la nascita di una nuova chiesa non distante (S. Bartolomeo?), forse ancora la mancanza di rendite sufficienti a mantenere i ministri del culto, portarono all’abbandono del nostro edificio. Si tratta, in un periodo particolarmente travagliato e di difficile analisi, di uno dei momenti più foschi e storicamente più ingarbugliati dell’intera vita del tempio dedicato a S. Pietro. La situazione di rovina dispiacque ad un nobile veneziano, tale Domenico Carimano che fece richiesta di ottenerne le rendite allo scopo di impiegarle per il recupero del fatiscente edificio unitamente ad un probabile impegno finanziario personale. Ottenuto ciò nel 909, avviò la sistemazione della struttura alla cui riuscita pare non fosse estraneo lo stesso Berengario, successore di Ermengarda, che si ritiene donasse generosamente molti beni alla chiesa. Il monastero di S. Sisto era ancora beneficiario di introiti economici provenienti dalle decime pagate alla chiesa. La proprietà spettava al vescovo di Reggio Emilia che estendeva la sua influenza su tutta l’area dell’odierna Bassa reggiana ed oltre fino al mantovano ed a zone della Bassa modenese. Il vescovo reggiano Teuzone resse la sua città e le terre per oltre mezzo secolo (979-1030) operando sempre con l’obiettivo di assicurare all’episcopio un controllo fermo e capillare del territorio grazie al legame con varie istituzioni religiose di cui otteneva la fedeltà. Uomo di indubbie capacità direttive e diplomatiche, riuscì ad ottenere qualcosa come quattro importanti privilegi a favore della chiesa reggiana da parte degli imperatori del tempo. Forse proprio per ingraziarsi il clero guastallese lo stesso potente prelato Teuzone chiamò Papa Gregorio V, dopo il Concilio di Pavia, a consacrare la chiesa il 21 Settembre 997 innalzandola da cappella a pieve (ma con questa denominazione appare già in un documento del 980) permettendo perciò di avere un Arciprete e finalmente il fonte battesimale, prerogative delle chiese di maggiore rango. All’azione vescovile non furono certamente estranei calcoli di convenienza, potendo in questo modo sottolineare la potestà reggiana su un’area che aveva una valenza di carattere strategico quale crocevia di passaggi e di collegamenti fluviali. La proprietà passò al Marchese Bonifacio di Toscana nel 1031 che l’acquistò senza poi onorarne in toto il pagamento, espediente a lui del tutto usuale ed ampiamente praticato secondo una ben precisa strategia che lo portò ad essere il possessore di estese regioni. Fu proprio la figlia di Bonifacio, Matilde, a condurre il secondo pontefice a Guastalla. Avendo infatti deciso di tenere un solenne concilio a Piacenza, fu prima accompagnato dalla contessa nei nostri luoghi ove, nell’antico tempio di S. Pietro si tenne un Sinodo che anticipò il concilio piacentino nell’anno 1095. In questa solenne occasione, alla presenza del Papa Urbano II, della più influente nobiltà europea del tempo e dei più stimati porporati, furono discussi argomenti che probabilmente, almeno in parte, anticiparono quelli poi definiti a Piacenza. Tra gli storici c’è chi ritiene (ma l’Affò non è d’accordo) che Urbano II in quell’occasione stabilisse che i soldati combattenti per Cristo, avrebbero dovuto indossare una croce sul petto e su una spalla. Fu la nascita del simbolo dei cosiddetti crociati, attivi nelle celebri campagne militari in Terrasanta. Da Piacenza, dietro supplica dell’arciprete pievano Andrea e certamente coi favori di Matilde, fu spedita una bolla del Papa che confermava i privilegi della chiesa sommandoli ad altri, quali la possibilità di far consacrare le cappelle del territorio a vescovi di gradimento locale, la proibizione di erigere altre cappelle senza l’autorizzazione dell’arciprete, oltre a proteggerne i diritti dalle ingerenze dei potenti. Da quel momento la chiesa guastallese divenne “nullius diocesis”, vincolata direttamente a Roma scavalcando la giurisdizione dei vescovi reggiani (ma l’Affò ritiene possa parlarsi davvero di “nullius diocesis” soltanto nel secolo XV). Il legame diretto con la Santa Sede fu confermato in seguito da Eugenio III, Adriano IV e Celestino III. La stessa contessa Matilde dichiarò all’arciprete Giovanni che, qualora si fosse verificata la necessità di mutare la proprietà di questi beni ecclesiastici, senz’altro sarebbe stata affidata alla Santa Sede o direttamente al sovrano: testimonianza viva e sentita sia dell’amore che Matilde aveva per questa terra e per la sua chiesa principale, sia anche attenta valutazione dell’importanza strategica di questo lembo di Padania quale pedina fondamentale per i due grandi potenti del tempo (impero e papato). L’interesse del territorio era anche di tipo economico se è vero che Matilde dovette cedere alle martellanti richieste di Imelda, badessa di S. Sisto, restituendo al monastero Guastalla e le sue cospicue rendite. L’anno 1106 fu il tempo del concilio di Guastalla, iniziato il 22 Ottobre da Pasquale II ed impostato su temi riguardanti le eresie allora proliferanti e i cui nefandi effetti stavano particolarmente a cuore al pontefice. Pare che durante i giorni necessari allo svolgimento di questo fondamentale evento, il Santo Padre alloggiasse nella canonica. Le stanze cosiddette “del pontefice” furono poi conservate per secoli essendo citate ancora in scritture risalenti al XVIII secolo. Morta la badessa di S. Sisto Imelda, le succedette Febronia che dovette comportarsi ben poco correttamente macchiandosi di ben gravi colpe se Matilde arrivò a prendere la decisione di cacciare le monache, introducendo l’abate Odone proveniente da S. Benedetto Po coi suoi confratelli monaci. Lo stesso Odone mandò soldati guastallesi a combattere a fianco di Matilde durante l’assedio di Mantova che si era ribellata alla contessa con sanguinosi disordini. La nobildonna, che grande segno lasciò anche nelle nostre zone, morì di lì a poco il 24 Luglio 1115 a Bondeno di Roncore, nei pressi di Reggiolo, quindi a breve distanza da Guastalla. Papa Innocenzo II confermò il possesso a Odone, dopo un breve ritorno della badessa Febronia, di tutte le terre e della chiesa di S. Pietro a Pieve, oltre alle cappelle di S. Martino e S. Bartolomeo. Ma il dominio cambiò in seguito ancora più volte ed è importante ricordare che nel 1160 l’imperatore Federico I Barbarossa riportò in potere del Vescovo di Reggio la terra guastallese per poi, in seguito, tenersela per sé donandola ad alcuni suoi ministri. Costoro si gettarono nella spoliazione dei beni di maggior valore commettendo soprusi di ogni genere. Dietro le proteste dell’Arciprete Gilberto, il sovrano Arrigo VI, figlio del Barbarossa, ordinò di riconsegnare sia i beni trafugati, sia i benefici indebitamente tolti alla chiesa. Nel 1193 il Papa Celestino III diede all’Arciprete della Pieve il potere di imporre penitenze pubbliche ed addirittura scomuniche di delinquenti, ma anche di giudicare controversie matrimoniali, di scegliersi il Vescovo di gradimento per quelle funzioni esclusivamente episcopali necessitanti alla comunità. L’arciprete aveva anche la facoltà di erigere e di far eventualmente abbattere chiese nel territorio di sua competenza. Interminabili questioni di diritto impegnarono per molti anni i dottori della legge in una inestricabile disputa giudiziaria sul possesso delle nostre terre tra Cremonesi, abati di S. Sisto. La contesa terminò nel 1227 quando i Cremonesi accettarono di pagare per il possesso di Guastalla tremila lire imperiali: somma certamente ingente. Per il suo trasporto furono utilizzati quindici sacchi caricati su otto bestie da soma. Si ha notizia, riportata dall’Affò, che l’Imperatore Federico III passò per Guastalla nell’anno 1220 (una piccola lapide posta sul muro esterno a sud commemora l’evento). Pochi anni dopo (1222) un tremendo terremoto determinò pesanti lesioni, tanto che la chiesa sarà ricostruita cogliendo lo spunto per ampliarla seguendo i canoni stilistici del romanico-lombardo. In quell’occasione pare che andarono perduti tanto le colonne originarie che gli stretti archi a seguito dell’innalzamento della navata centrale. Il campanile, crollato, fu ricostruito probabilmente a fine secolo nella posizione in cui si trova tuttora. In effetti, durante i restauri del 1927-31, Don Baratti rinvenne tracce di antiche fondazioni riconducibili ad una torre separata dal corpo della basilica, a tre metri dalla sacrestia. Dopo alterne vicende pare che il possesso dei diritti sul territorio tornasse al Vescovo di Reggio che li tenne fino alla conquista dei Visconti datata alla seconda metà del ‘300. Nel 1373 una tremenda pestilenza sconvolse le campagne spargendo morte ovunque. Nel 1404 Guido Torello divenne signore della contea. In questo secolo le pareti della chiesa furono ornate di stupendi affreschi di cui rimangono solo pochi frammenti. Durante la campagna militare del 1557 contro Guastalla le terre furono messe a ferro e fuoco dalle milizie del Duca di Ferrara. Si ha memoria che la chiesa rovinò e furono prelevati sia i mobili della casa del parroco, sia i paramenti oltre che decori e persino marmi nell’edificio sacro. In seguito alla dipartita degli assedianti, la torre campanaria fu demolita dalle stesse truppe di difesa, probabilmente per impedire che fosse usata per avvistamenti ostili alle milizie cittadine in occasione di un probabile ritorno dei nemici. Questa demolizione avvenne in modo maldestro causando ingenti danni e crolli alla restante parte dell’edificio già incendiato ed il cui soffitto, a capriate in rovere, era carbonizzato. Lo spettacolo offerto dalla martoriata basilica possiamo immaginare fosse desolante: era quindi in condizioni di totale rovina e distruzione. Ma la popolazione non subì sorte migliore se da memorie coeve si apprende che i morti erano seppelliti “come i cani”, senza conforto religioso alcuno. In quella triste evenienza anche l’incredibile patrimonio storico dell’antico archivio andò definitivamente perduto: manoscritti di immenso valore, testimonianza uniche in grado di far luce sulla storia più remota. Nel 1595 il secondo rettore in ordine di tempo, Don Giacomo Antonelli si diede il compito di restaurare la basilica recuperando il recuperabile: impresa ardua viste le deprimenti condizioni della struttura. Si procedette negli anni alla ricostruzione delle ampie parti danneggiate, quindi il tempio fu riaperto al culto nel 1605. Nello stesso secolo erano presenti ben dodici altari. Don Lelio Peverari, mantovano, assunse la carica di Arciprete. Feroce fu la difesa delle sue prerogative, segnatamente rivolte al godimento di rendite e privilegi personali, anche a costo di ricorrere in più istanze alla Santa Sede contro chiunque osasse tentare di rivederne i vantaggi anche economici. Interessante sarebbe un’analisi approfondita circa questo personaggio la cui memoria è caricata di tinte fosche per la continua opposizione alle direttive venute dall’alto ma che una ricerca storica più serena ricondurrebbe ad una dimensione più rispondente al vero. Il cardinale Carlo Borromeo intervenne per sostituirlo, ma dopo anni di feroci controversie fu riammesso alla carica. Durante il suo mandato la chiesa della Pieve perse il suo secolare predominio su tutte le altre. Infatti, dietro precise richieste del principe Ferrante II Gonzaga, il quale voleva fortemente che la chiesa principale della città (della “Terra” come era chiamato allora quello che noi oggi delimitiamo come centro cittadino) ed edificata dal padre Cesare divenisse la più importante del territorio, la Santa Sede declassò la Pieve a comune Rettoria trasferendo doti e privilegi alla nuova chiesa maggiore, dedicata a S. Pietro anch’essa (l’odierno Duomo sito su Piazza Maggiore, ora Mazzini). A causa della peste del 1630, che arrivò a mietere ben 2104 vittime nella sola Pieve, gli affreschi della chiesa furono raschiati e coperti d’intonaco. Le memorie storiche ricordano restauri compiuti nel 1753 (probabilmente iniziati nel 1740 e responsabili della trasformazione barocca dell’interno), nel 1792 (recupero della torre ed inserimento dell’orologio), nel 1846-47 (ristrutturazione della facciata secondo i dettami dello stile gotico) prima del radicale intervento di recupero patrocinato da Don Vittorio Artoni degli anni 1927-31 i cui risultati sono sotto i nostri occhi. Per la figura di Don Raffaele Baratti, vero artefice dei lavori, e per i metodi – guida del suo operare, si rimanda al capitolo 7. Qui basterà ricordare che gli interventi erano mirati a ripristinare l’antica forma romanica pura con la totale asportazione delle aggiunte accumulatesi nei secoli e che ne avevano completamente stravolto l’identità di stile. A seguito delle radicali trasformazioni cui l’edificio è stato soggetto durante i secoli è opportuno tenere presente che l’unica parte rimasta quale testimoniare del più antico edificio pare essere l’abside centrale che riporta alla sua base esterna l’iscrizione dataria “MCX”. Durante i lavori di scavo resisi necessari durante gli ultimi interventi vennero alla luce vari reperti di epoca romana. Alla profondità di circa due metri si rinvennero tracce di pavimentazione romana con mattoni (alcuni del tipo “manubriato” poi utilizzati e inseriti nei muri interni ed esterni) risalenti al periodo augusteo (17 a.c.-14 d.c.). Altri reperti emersero a cinque metri di profondità sotto la sacrestia ed ulteriori testimonianze del passato si ottennero coi restauri della canonica nel 1982-83. I più significativi sono un capitello ionico e parti di un fregio che sono databili al II o III secolo d.c. Una interessantissima tegola risale al periodo augusteo e riporta il marchio di fabbrica “MCSCITI”. Le formelle murate in alto sul perimetro esterno rivolto a meridione rappresentano animali fantastici databili tra la fine del XI secolo ed i primi del successivo. All’interno si può ammirare l’antico battistero, riportato nella posizione originaria, risalente con ogni probabilità al secolo XIII. Interessanti, pur se non antichi, i medaglioni posti nella navata centrale, applicati durante i succitati restauri e raffiguranti i tre Papi che segnarono tappe fondamentali nella storia di questo tempio e la Contessa Matilde. Da vecchie carte troviamo che, al fianco sinistro della facciata, era collegato un edificio denominato “Ospizio”. Sul retro, nella zona del campanile, un’altra stretta e lunga costruzione era occupata quale sede della Confraternita delle Sacre Stimmate o dei Sacchi, nata ben prima del 1737. A questo ambiente si accedeva attraverso un passaggio interno all’abside destra. Professando la totale umiltà, gli adepti vestivano di essenziali abiti confezionati in tela di sacco. Precedentemente, la sede delle loro riunioni era l’antica S. Maria della Disciplina, poco distante. E’ importante ricordare che nella cappella di destra è esposta la Madonna delle Grazie, scultura di Guido Mazzoni detto il Modanino, artista attivo in Italia e in Francia nella seconda metà del ‘400 fino al secondo decennio del secolo XVI. L’opera, una terracotta policroma, è molto interessante sotto il profilo artistico. I due volti (la Vergine e il Bambino) sono di grande effetto, nello stile di forte espressività dell’artista modenese ma ben lontano da certi risultati troppo marcati presenti in alcune sue Pietà. Il Mazzoni è stato definito come il più grande scultore emiliano del Quattrocento e la sua arte, per la perfetta riproduzione del corpo umano e l’emotività espressa dalle figure, è collocata accanto a quella di nomi come Mantegna, Bellini e Tura. La statua, donata alla parrocchia nel 1872, per tradizione si ritiene appartenesse ad un discendente della famiglia Canossa; informazione questa che manca di riscontri oggettivi. Le navate dovevano essere anticamente ornate di pitture con un impatto visivo notevole che ora possiamo solo immaginare. Nel periodo della peste (1630) le pareti furono tutte scalpellate per eliminare quelli che allora erano ritenuti possibili ricettacoli del morbo. Il patrimonio pittorico della Pieve sparì sotto i colpi degli scalpelli. Gli unici frammenti rimasti sono stati oggetto di restauro nel 1995 e ora fanno bella vista di sé. Li elenchiamo. S. Bernardino da Siena con un devoto in preghiera: secolo XV. Colonna al lato destro, in fondo alla navata sinistra. Madonna Addolorata con Gesù in grembo attorniata da angeli che reggono un lenzuolo: lembo di affresco nel quale la figura del Cristo è purtroppo tronca e visibile solo a livello del busto e delle gambe. Inizi del XV secolo. Madonna con un angelo: frammento posto sulla colonna centrale del presbiterio. Navata destra. Secolo XV.Testa di Vescovo: prima colonna navata destra. Secolo XV. Testa di Santo con la barba (molto probabilmente S. Pietro) posta all’ingresso della sacrestia, arco della porta, lato destro. Si tratta della pittura più antica rinvenuta e risalente al secolo XIII.Un’ulteriore piccolo dipinto sulla prima colonna della navata destra, coperto di polvere, è stato rinvenuto a lavori ormai ultimati e quindi non recuperato. Si tratta della testina di un angelo. E’ importante citare la vasca battesimale ottagonale collocata all’inizio della navata di destra. E’ particolarmente antica, classificata come scolpita in un blocco di marmo rosso di Verona tra il XI e il XIII secolo (l’ampio lasso di tempo indica discordanza tra gli storici) e veniva utilizzata secondo un particolare rito che prevedeva l’immersione dei neonati. In fondo alla navata sinistra è la cappella del Santissimo Crocifisso che ospita una statua lignea dello stesso soggetto databile al secolo XVI. Si tratta di un Cristo in croce policromo ripreso alla grandezza naturale di 1 metro e 80 centimetri, finemente modellato con grande realismo nella figura anatomica. L’occhio del visitatore viene catturato dall’intensa espressione del volto marcata dagli occhi socchiusi e dai lineamenti ormai distesi nel momento della fine. Su questa opera d’arte, di ottimo livello, non conoscendosene la provenienza, fiorì una leggenda che risale a tempo immemorabile ma che è arrivata fino ai giorni nostri, ancora narrata dagli anziani. In un tempo non definito, un vecchio viandante, un tedesco in viaggio da o per Roma, venne ospitato dal fattore della possessione Benatta. Il vecchio, visto un grande tronco da poco abbattuto sull’aia, lo chiese e ottenne di poterlo sistemare in una stanza a piano terra in cui si richiuse. Chiese anche che il cibo gli venisse portato da un finestrino. Tre giorni dopo, non avendo visto uscire il vecchio e non sentendosi alcun rumore proveniente dalla stanza, la gente della casa volle abbattere la porta pensando che il vecchio fosse morto. Si trovarono innanzi la stupenda scultura raffigurante Cristo Crocifisso nella sua bellezza, ma non rinvennero nessuna traccia del vecchio mentre le tre ciotole erano ancora piene di cibo. Da epoca antica è viva la venerazione per il Crocifisso della Pieve.Un’ultima menzione va all’organo Serassi N.689 costruito dall’allora famosa ditta nel 1867, opera che per la sua qualità meritò l’encomio ufficiale della fabbriceria. (dal libro “Guastalla, città delle chiese, passato e presente delle chiese e degli oratori guastallesi” di Daniele Daolio, 1998)

Oratorio del Santissimo Rosario. Lo storico Don Resta, autore di un manoscritto dedicato alle chiese locali, ci tramanda che la nascita di questo tempio deve essere fatta risalire al 1601, come testimoniava un’epigrafe esistente ai suoi tempi (secolo XVII) sopra la porta d’ingresso. Altri affermano sia stato costruito nel 1588 su richiesta di un influente padre domenicano che svolgeva le funzioni di elemosiniere e confessore del Signore di Guastalla Ferrante II. In tre anni, grazie alle offerte dei devoti confratelli del Santissimo Rosario, gli sforzi costruttivi erano terminati. Fu un Gonzaga, Francesco Vescovo di Mantova a celebrare la cerimonia di consacrazione nel 1604. In quell’occasione donò alcune reliquie di santi che avrebbero elevato il prestigio del nuovo tempio. Questa chiesa, un vero gioiellino per quei tempi, era ben nota per il soffitto intagliato e dorato, a cassettoni, di pregevolissima fattura, opera del XVI secolo, che oggi purtroppo è andato completamente perduto. Ospitava tre altari: quello centrale per la Vergine del Rosario, quelli laterali con dedica a S. Fermo e S. Giacomo. Divenne sede dell’omonima Compagnia del Rosario a partire dal 1588. Tra questa confraternita e l’allora Rettore della Pieve non correva certamente buon sangue. Infatti, agli albori del XVII secolo, questa crisi nelle relazioni si inacerbì a tal punto che l’Abate Baldi, d’accordo col rettore pievano, ritenendo che il Pane Eucaristico non fosse in questa chiesa conservato con la giusta venerazione, aveva imposto che il Santissimo Sacramento fosse tolto da qui e portato altrove. Di fronte a tale affronto gli aderenti della confraternita reagirono in modo talmente duro che può risultare di difficile comprensione a quattro secoli di distanza. Ricorsero a Roma direttamente alla Santa Sede ottenendo dal Papa un privilegio che dava loro ragione in toto. Non contenti citarono l’Abate che avrebbe dovuto discolparsi di tale grave atto davanti alla Curia romana. Questo preoccupante contrasto amareggiò profondamente una persona pia e dedita ai più luminosi principi qual’era il Baldi. Fu senz’altro questo uno dei motivi che spinsero in seguito l’Abate a chiedere di essere dispensato dalle sue cariche in Guastalla e ad allontanarsi definitivamente dalla città. Questo centro di vita religiosa era molto frequentato da devoti e da confratelli dediti ai sermoni e alla predicazione. Tutti i Sabati dell’anno si cantavano le litanie con musica. La prima Domenica di Ottobre era uso fare l’estrazione di una dote per una povera zitella del luogo. Il complesso edificato, stando ad una mappa del 1826, prevedeva la presenza di una casa per il cappellano e di una per il sagrestano con ampio orto interno.  (dal libro “Guastalla, città delle chiese, passato e presente delle chiese e degli oratori guastallesi” di Daniele Daolio, 1998)

 

 

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Altre Informazioni

Bibliografia
(1)Evoluzione 1983; (2)Il romanico, s. d. , n. n. ; (3)Il romanico s. d. , n. n. ; La bassa reggiana 1981, 10; IORI 1989, n°171; (4) Emilia-Romagna 1987, III, 80-88; (5)Il Tempo 1985, 110.
Riferimento cartografico IGM
IGM F 74 IV SE