Lo storico locale Anselmo Mori sostenne la possibilità di riferire il “Castrum Vulturina” che nel 603 si arrese ai Longobardi, ma altri studiosi lo identificano con una località in comune di Campegine. (1). Nell’885 il territorio, pur non essendo espressamente citato coincide con le indicazioni riportate in una concessione a livello di terre poste “subto Runcores Brexellanos prope Vardstalla capo tenente in fluvio Pado” (2). Tra il 1137 e il 1274 diversi documenti citano “Castrum Walterii” (3). Già dal 1209 e fino al 1262 Gualtieri fu sotto il dominio dei Vescovi di Parma (4), che dal 1295 nominarono i primi sindaci e consoli di Gualtieri. Al 1230 risale la prima testimonianza della Cappella di S. Andrea in Gualtieri, dipendente dall’antica Pieve Saliceto, e probabilmente già presente nel sec. XI (5). Un mercato a Gualtieri (6) figura presente nel 1255. Nel 1326 Gualtieri venne distrutta dalle truppe dell’imperatore Ludovico il Bavaro (7). Nel 1336 appartenne ai Da Correggio, nel novembre 1345 fu conquistata dal marchese Obizzo d’Este, che la fortificò (8). Passata nel 1402 ai visconti, Gualtieri fu investita ad Ottone Terzi, ed ancora nel 1442 ad Erasmo Trivulzio (9). Con la pace di Lodi (1454) Gualtieri fu incorporata alla terre parmensi del ducato di Milano fino alla permuta effettuata nel 1479 dalla duchessa Bona di Savoia che la cedette ad Ercole I d’Este duca di Ferrara (10). In relazione ai lavori per le opere di bonifica, nel 1561 Cornelio Bentivoglio ricevette in dono dalla comunità di Gualtieri i terreni vallivi. Nel 1567 il Bentivoglio divenne feudatario di Gualtieri e ne fu investito marchese dal duca Alfonso I d’Este. Dal 1585 al 1619 successe al marchesato il figlio Ippolito (11) e dal 1619 al 1634 fu marchese Enzo Bentivoglio. Per iniziativa del marchese Cornelio nel 1571 fu eretto il campanile della chiesa di S. Andrea (12). Il marchese Bentivoglio avviò un intenso piano di opere architettoniche che porteranno alla nuova definizione urbanistica di Gualtieri, tutta improntata sull’uso della prospettiva. Nel 1580 venne eretta l’ala Nord o “Casa Vecchia”, origine del successivo maestoso palazzo progettato dall’architetto Giovan Battista Aleotti detto l’Argenta con il materiale ricavato dalla demolizione dell’antico Castellazzo e della cappella di S. Tommaso. Del palazzo che fu eretto tra il 1594 e il 1610 con l’assistenza dell’ing. Giuseppe Vacca, rimane solo il volume prospiciente la piazza in quanto la parte posteriore fu demolita nel 1751 (13). A est del palazzo, oltre il cavo Naviglia, si estendeva un lungo giardino in parte all’italiana e in parte, verso il Po, adibito a vigna. Ippolito Bentivoglio continuò le opere di bonifica e di urbanistica iniziate dal padre Cornelio. Sotto il suo marchesato fu realizzata la grande piazza quadrata di quasi 100 mt di lato, progettata insieme all’Argenta, diventando un significativo esempio di organizzazione spaziale tardo manierista (14). La grande piazza è circondata su tre lati da portici controfittati a cassettoni in legno di quercia. In prospettiva, di fronte al palazzo Bentivoglio, si innalza la torre civica con un voltone sopra la strada principale. A sud della piazza, incastonata tra i portici, tra il 1595 e il 1613 fu eretta la nuova parrocchiale dedicata alla beata Vergine Maria della Neve su progetto dell’Aleotti e di Vacca e istituita collegiata con una Bolla di Papa Paolo V nel 1608. La chiesa era a tre navate con soffitto a cassettoni. Dal 1618 al 1695 fu istituito un convento di Frati Minori dell’Osservanza nell’ex parrocchiale di S. Andrea, che ospitò dodici religiosi (15). Sotto la direzione del Vacca fu costruito l’Oratorio della Confraternita dell’Immacolata Concezione (16). Tra il 1619 e il 1623, durante il marchesato di Enzo Bentivoglio, Pier Francesco Battistelli e Giovanni Mannozzi affrescarono il colossale Salone dei Giganti,rappresentando una sintesi in 28 scene della “Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso (16 bis). Nel 1634 Gualtieri ritornò agli Estensi che compensarono Enzo Bentivoglio con il marchesato di Scandiano (17). Dal 1646 al 1661 Gualtieri fu governata dai marchesi Bartolomeo Belloni e Giancarlo Bartoli, dal 1661 al 1681 fu governato direttamente dalla duchessa reggente di Modena e Reggio Laura Martinozzi (18). Nel 1690 fu eretta la loggia a sud del Convento di S. Andrea corrispondente al piano superiore dell’ala sinistra dell’attuale casa protetta ex ospedale “Felice Carri” (19). La chiesa medievale di S. Andrea fu completamente demolita e ricostruita nel 1713 con pianta centrale cupolata su modello della Chiesa della Beata Vergine della Vita di Bologna (20). I lavori terminarono nel 1738 e nel 1761 fu rifatto il presbiterio e il coro per cedimenti strutturali. All’arch. Giovanni Battista Fattori (1742-1790) si devono gran parte dei progetti realizzati nella seconda metà del Settecento a Gualtieri: la ristrutturazione ad aula unica voltata della Chiesa Collegiata (1773-1783), il teatro nell’ala nord del palazzo (1775) ed il Pozzo a tempietto classico (1776) in Piazza Nuova (Cavallotti) (21). Nel Settecento Gualtieri affrontò gravi problemi connessi alla regolamentazione e alla difesa del fiume Po: nel 1752, per arginare le piene, furono demoliti i due terzi del palazzo acquistato dal Governo di Modena nel 1750 (22), mentre nel 1765 una tragica alluvione del fiume raggiunse i 3,15 mt sulla piazza (23). Nel 1768 fu soppresso il convento francescano nel quale nel 1781-1799 fu istituito l’ospedale per malati acuti per iniziativa del filantropo Felice Carri. La chiesa di S. Andrea fu soppressa e chiusa al culto fino agli anni ’90 del XX secolo (24). La frazione di S. Vittoria, in epoca napoleonica, si staccò aderendo alla repubblica reggiana; nel 1805, Gualtieri divenne comune di seconda classe; nel 1830 fu aggregato a Brescello e tornò infine autonomo nel 1849 (25). Dall’aprile 1860 Gualtieri entrò a far parte del Regno d’Italia. Nel 1883 fu restaurata la Collegiata e nel 1905 fu demolito il teatro settecentesco e sostituito dal nuovo “Teatro Sociale”, molto più grande su progetto di Vittorio Mazzoli (26). Testo integrato a seguito di comunicazione del Comune di Gualtieri (dicembre 2012)

Piazza Bentivoglio - Realizzata tra il 1580 e il 1610, Piazza Bentivoglio è il cuore di Gualtieri, su cui si affacciano il Palazzo Marchionale, la Torre Civica, la Casa della Comunità e la collegiata di Santa Maria della Neve. Lo spazio è caratterizzato da una certa ambiguità, fungendo sia come piazza, sia come cortile d’onore al Palazzo. La piazza é un perfetto quadrato di 96 metri di lato, scandita per tre lati da 72 campate, con le fronti spezzate dagli ingressi delle tre vie principali. Dietro i tre fronti uniformi si trovano abitazioni private e edifici amministrativi divisi su due piani, di cui il piano terra è circondato da portici con 68 ampie arcate e dal grande volto della torre civica con un ricercato gioco di zone d’ombre e di luce, mentre il primo piano è ritmato da specchiature finestrate tenute insieme da una lunga cornice marcapiano – davanzale e un lungo cornicione. L’alternanza di piramidi e edicole, che coronano il complesso, rende verticalmente dinamica la rigida struttura delle facciate. La pavimentazione originaria della piazza, più bassa di circa cm. 90 e coperta da mattoni a spina di pesce posati “a coltello”, è visibile in uno scavo nel giardino antistante la torre civica. Simile pavimentazione in cotto è visibile anche in alcuni aree sotto i portici. Probabilmente il progetto ha più di un ideatore, ma è documentato l’intervento dell’architetto e ingegnere idraulico ducale Gian Battista Aleotti detto l’Argenta, il quale collaborò molto spesso con i Bentivoglio nel loro palazzo di Ferrara, nella progettazione di teatri e nell’organizzazione di feste. L’ideazione di questo spazio si basa su elementi tardo manieristi, ma la composizione anticipa quei modi che saranno propri dell’epoca barocca. All’interno della piazza è la scultura “Volo negato” (1998) di Vasco Montecchi. La Torre Civica Situata nel lato ovest della piazza, la Torre civica fu portata a compimento fra il 1599 e il 1602. Su pianta quadrangolare, si alza con l’elegantissima forma a “cannocchiale”. Nella seconda metà del ‘700 la Torre fu rinforzata nelle fondamenta dall’Architetto locale Giovanni Battista Fattori. Per chi (a piedi o in bicicletta) proviene da Brescello, la Torre funge da ingresso alla piazza, mentre per chi è già in piazza, la stessa inquadra la strada principale (via Vittorio Emanuele II) accentuando la fuga prospettica delle case allineate. La torre è costituita da tre dadi e un prisma ottagonale che rispettano, nelle decorazioni, gli ordini classici. Nel primo dado, d’ordine dorico gigante, un grande arco immette sulla strada principale; nel secondo, con lesene ioniche accoppiate, è sistemato l’antico orologio; nel terzo, con doppie lesene d’ordine corinzio, incompleto, si trova una profilatura arcata, un tempo aperta; il quarto prisma, in cui sono sistemate le campane per uso civico, è un lucernario a base ottagonale con otto arcatelle e sormontato da un pinnacolo cilindrico che termina con una cupoletta e una bandierina segnavento. Sul lato sud della torre si trova un orologio solare, che serviva per mettere a punto il congegno di quello meccanico. Palazzo Bentivoglio Come fondale orientale della piazza si erge nella sua imponenza Palazzo Bentivoglio. Fu eretto da Ippolito, che vi inglobò la “Casa Vecchia” del padre Cornelio, su progetto di Gian Battista Aleotti detto l’Argenta, tra il 1594 e il 1608. Ora del palazzo resta solo la fronte principale, mentre in origine l’edificio era costituito da quattro facciate in cotto lunghe circa 90 metri, chiuse agli angoli da quattro torri, di cui ne restano solo due. Nel 1750 gli Este vendettero il Palazzo al Comune di Gualtieri, il quale ne demolì tre lati per ricavarne materiale per rinforzare le difese nell’alveo del Po e chiudere una chiavica sistemata sull’argine dietro al palazzo. Nel 1765 il Po ruppe l’argine maestro proprio in quel punto provocando una disastrosa alluvione. Sul fronte principale del palazzo si trovano i maggiori ambienti di rappresentanza, di cui all’esterno si eleva la mole del salone dei Giganti, che occupa tutto il volume centrale a doppia altezza. Un vigoroso cornicione divide in due parti la facciata cercando di equilibrare la materica e possente massa del palazzo con la raffinata scansione del resto della piazza. I tre archi di facciata sono frutto di un intervento dei primi anni del sec. XX. Originariamente l’ingresso era uno solo, posto al centro, da cui si accedeva a un androne, a un portico che circondava il cortile e infine allo scalone sistemato a nord. Dopo l’acquisto da parte del comune di Gualtieri dal 1751 in poi, gli ambienti del Palazzo furono adibiti a vari usi: magazzino e ammasso per il grano, scuole elementari, ospedale per i militari della 1° guerra mondiale, abitazioni per poveri, laboratori artigianali, teatro civico, ecc., suddividendo i vari ambienti con superfetazioni, eliminate a metà degli anni settanta, quando il Palazzo fu oggetto di un vasto restauro, a cura dell’arch. G. P. Cuppini. La cappella gentilizia Terminata entro il 1605 e dipinta entro il 1610, data in cui fu consacrata. La bella decorazione plastica copre tutta la cappella, in stile corinzio, con angeli su festoni di frutta e girali d’acanto in altorilievo. Sui pilastri e sulla controporta d’ingresso si trovano gli stemmi dei Bentivoglio: una sega rossa in campo d’oro. Nelle lunette del soffitto, con volta a padiglione, sono affrescate otto scene della vita della Madonna, che trovano compimento nell’ottagono centrale con la scena dell’Incoronazione. Non si conoscono gli autori della decorazione pittorica, ma si deduce l’influsso della scuola ferrarese tardo-manieristica, della più moderna scuola bolognese e del cromatismo veneto, forse di ispirazione mantovana. È probabile un intervento dello Schedoni nella scena centrale. Nel 1649 la volta fu danneggiata da una palla di cannone spagnolo. Sala dell’Eneide Dipinta tra il 1609 e il 1610, è l’attuale sala d’ingresso al primo piano e la prima delle sale dedicate alla storia di Roma. Il fregio, raccordato al perduto soffitto, già distrutto nel 1649, da una finta cornice a modiglioni e scandito da mensole con figure di putti, è composto da sedici scene in monocromo viola e giallo, tratte dal VII al XII libro dall’Eneide. Delle sedici scene originarie del fregio due sono andate perdute a causa dell’apertura delle finestre e quattro presentano solo deboli tracce di pittura. In queste scene, che si riferiscono al mito di Enea, gli dei olimpici sono ancora in contatto con gli uomini, mentre nelle altre sale la loro presenza si manifesta solo con prodigi. Alcune scene e alcuni putti sono da riferirsi allo stile di Sisto Rosa (Badalocchio), della scuola di Annibale Carracci. Sala di Giove La sala prende il nome dal soggetto del dipinto centrale del soffitto, dove Giove bambino è affidato alla ninfa Melissa, secondo la IV ecloga delle Georgiche di Virgilio. Anche in questa stanza, dipinta tra il 1609 e il 1610, la decorazione si sviluppa su di un fregio suddiviso in dodici scene in monocromo grigio, giallo e verde, tratte dai primi libri dell’opera di Tito Livio “De Urbe Condita”, in cui si racconta il mito della fondazione di Roma i cui protagonisti sono Romolo e Remo e le Sabine. Ogni scena è separata da finti mensoloni con coppie di cariatidi, festoni e mascheroni in monocromo grigio. Le scene non si susseguono secondo l’ordine del testo, ma probabilmente sono in relazione con le figure del soffitto. Un cornicione ligneo a dentelli raccorda il fregio al soffitto, suddiviso in cassettoni ottagonali, quadrati e trapezoidali, le cui cornici sono decorate a girali d’acanto e maschere. Gli ottagoni sono un’allegoria del potere signorile proveniente direttamente da Dio, il cui ordine coinvolge la natura, l’anima e l’esistenza stessa del mondo (Platone, “La Repubblica”, Virgilio, “Georgiche”). Il repertorio iconografico negli sfondati trapezoidali in monocromo rosso, rappresenta le Storie di Ercole, che fanno da raccordo e da commento allegorico agli ottagoni e alle scene del fregio. Con molta probabilità lavorò Sisto Badalocchio. In questa sala è allestito il “Museo Antonio Ligabue”. Sala di Icaro Dipinta tra il 1609 e il 1610, il fregio di questa Sala continua la storia della fondazione di Roma con dodici scene sempre tratte da Tito Livio, relative ai regni di Tullio Ostilio, Anco Marzio, Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo. I riquadri, in monocromo viola e giallo alternati, sono separati da mensole con festoni e coppie di putti appoggiati a imprese allegoriche. Del soffitto sono superstiti, a parte i putti angolari, solo tre cassettoni esagonali, molto danneggiati, di cui in uno si riconosce la “Caduta di Icaro”, da cui il nome della sala e in un altro “Cimone e Pero”. In questa Sala è allestita l’esposizione permanente della “Donazione Umberto Tirelli”. Il Salone dei Giganti E’ la sala più rappresentativa del palazzo. Un tempo vi si accedeva dalla grande porta sul lato orientale, ora murata. L’interno fu affrescato tra il 1619-23, con 28 scene tratte dalla “Gerusalemme Liberata” di Torquato Tasso, inserite in una grande quadratura architettonica. Il ciclo di affreschi è suddiviso in quattro registri. In alto un lungo fregio ospita 22 allegorie in monocromo, alternate a panoplie, che alludono alle virtù, alla magnificenza, alle arti e alla cultura del marchese Enzo Bentivoglio. Il fregio è sormontato da un finto cornicione a dentelli, che a sua volta fingeva di reggere il soffitto a cassettoni, ora scomparso. Nel secondo registro una serie di 26 telamoni seminudi policromi, che sorreggono il fregio, cadenzano alcune scene della Gerusalemme Liberata incorniciate da finti stucchi e dipinte in monocromo verde, amaranto, viola e giallo. Nel terzo registro sono illustrati altri episodi del poema, in parte visibili nei sovrapporta, anticipati da putti in finto stucco che reggono gli stemmi dei Bentivoglio e in parte nascosti da quattro grandi quadri in tromp l’oeil, che a loro volta avrebbero dovuto rappresentare i Fasti della famiglia Bentivoglio. Nel quarto registro, a livello del pavimento, sono affrescate sei finte porte e da sotto i quadri emergevano otto plinti con statue di imperatori romani, di cui se ne conservano solo sei. Il salone fu affrescato, coadiuvato da un’equipe di pittori, da Pier Francesco Battistelli, di origine ferrarese e in gioventù collaboratore del Guercino. La struttura decorativa sente gli effetti della bolognese scuola dei Carracci e di Guercino, mentre i due quadri dei Fasti furono realizzati nel 1628 da Giovanni Mannozzi da San Giovanni, pittore aretino e operante a Roma. Sala dei Falegnami Al piano terra del palazzo si trova la Sala dei Falegnami, così chiamata per la presenza in passato di un laboratorio di falegnameria, ora adibita a spazio espositivo e sala conferenze. Della ricca decorazione di questa sala resta superstite la “Buona Fama”, dipinta nel soffitto da Sisto Badalocchio. il Teatro Nell’ala nord del palazzo, dal 1775, dove era sistemato il quartiere del Chirurgo, fu innalzato il primo teatro pubblico di Gualtieri, il “Teatro Principe”, gestito da dilettanti del luogo. Il progetto fu redatto da Gian Battista Fattori in stile barocco, con due ordini di palchi. Nel 1905 fu fondata la “Società Teatrale”e, demolendo il vecchio teatro settecentesco, si eresse il nuovo Teatro Sociale ampliato in larghezza e in altezza. I vecchi palchetti di legno furono sostituiti da quelli attuali in ghisa in tre ordini. Nel 1912 si ampliò anche il palco demolendo parte del vecchio scalone secentesco. Dal 2009 il Teatro Sociale è gestito da un gruppo di giovani che durante l’estate propongono rassegne teatrali e musicali. La Collegiata di S. Maria della Neve Già prevista nei progetti di Cornelio Bentivoglio, come cappella gentilizia, la chiesa iniziale era a pianta ottagonale. La facciata fu progettata da Giovan Battista Aleotti nel 1599 e realizzata nel 1600. Su richiesta di Ippolito, la chiesa divenne collegiata nel 1608, ed effettiva nel 1613, con dedicazione a Santa Maria della Neve, spostando la parrocchia dalla vecchia chiesa di S. Andrea nella nuova piazza. In seguito a ciò, la chiesa fu ricostruita a pianta longitudinale secondo le direttive della controriforma. La facciata prospiciente la piazza si inserisce perfettamente nella scansione modulare utilizzando lo spazio di quattro campate del portico. La facciata, che si sviluppa su un unico piano, è delimitata da due coppie di lesene d’ordine dorico gigante, che sostengono una trabeazione dorica con frontone triangolare; il fornice d’ingresso è evidenziato da un’altra struttura dorica con frontone spezzato che incastona una finestra a cornice dorica. Sotto il portico si sviluppa una facciata più semplice senza interruzioni e con tre ingressi. Il frontone è sovrastato da cinque grandi guglie piramidali aggiunte in seguito per un problema statico. Il timpano è ornato da un bassorilievo con la Madonna della Neve di Carlo Pisi all’inizio del sec. XX. A causa dell’alluvione del 1765, che portò gravi danni statici, la chiesa fu ricostruita dal 1770 al 1780 da Gian Battista Fattori e decorata da stucchi da Arcangelo Scotes. L’interno si presenta ad aula unica, coperta con volte a botte con tre cappelle per parte e si conclude nell’altare rialzato, con coro nell’abside semicilindrica. Nella cappella della famiglia Bentivoglio si trova sull’altare la “Annunciazione” di Carlo Bononi (1610), pittore ferrarese della scuola dei Carracci. Da vedere anche i dipinti “S. Andrea, San Rocco, S. Sebastiano e i SS. Primo e Feliciano” del pittore purista Carlo Zatti (1844) sull’altare della Comunità, “S. Alberto di Gualtieri e S. Giovanni Nepomuceno” di Clemente Ruta (1742), la “Crocifissione” di Camillo Ricci (1620 circa) sistemato nella cappella Torelli-Malaspina. Nella balconata sull’ingresso si trova l'organo costruito Agostino Traeri, giunto a Gualtieri nel 1784 e restaurato nel 1787 da Andrea Montesani. (testo tratto da Benvenuti a Gualtieri, itinerario storico–artistico-naturalistico, guida al territorio scaricabile in PDF nel sito del Comune)

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Altre Informazioni

Bibliografia
(1) MORI 1924, 8; (2) MORI cit. , 10; (3) MORI cit. , 12; (4) BERTOLANI 1971, 35; (5) RDI 1933, 341-349; (6) SIMONAZZI, ZINI, SECCHI 1967 9; (7) TIRABOSCHI 1824-25, I, 364; (8) TIRABOSCHI cit. , I, 365; (9) SIMONAZZI, ZINI, SECCHI 1967, 11; (10) TIRABOSCHI cit. , 365; (11) SIMONAZZI, ZINI, SECCHI cit. , 11; (12) SIMONAZZI, ZINI, SECCHI cit. , 22; (13) SIMONAZZI, ZINI, SECCHI cit. , 15; (14) SIMONAZZI, ZINI, SECCHI cit. , 18; (15) MORI 1916, 9; (16) SIMONAZZI, ZINI, SECCHI cit. , 41; (17) TIRABOSCHI cit. , I, 365; (18) SIMONAZZI, ZINI, SECCHI cit. , 12; (19) MORI 1916, 12; (20) MORI 1916, 13; (21) SIMONAZZI, ZINI, SECCHI cit. , 17; (22) SIMONAZZI, ZINI, SECCHI cit. , 17; (23) SIMONAZZI, ZINI, SECCHI cit. , 20; (24) SIMONAZZI, ZINI, SECCHI cit. , 28; (25) SIMONAZZI, ZINI, SECCHI cit. , 13; (26) BONDONI 1982, 194.
Riferimento cartografico IGM
IGM F 74 IV SE